Ucciso il bulgaro che denunciò lo scandalo Calcioscommesse

Due feriti sono meglio di un morto. Yordan Petrov Dinov, 40anni, responsabile bulgaro dell’agenzia di scommesse SkySport365 (la stessa che per prima denunciò il flusso di puntate anomale sulle partite italiane), sottoscriverebbe la frase di Buffon, non fosse che due mesi fa è stato freddato a colpi di pistola dopo aver denunciato una probabile combine nel suo Paese.

Con i milioni non si scherza. L’aveva raccontato il portiere Marco Paoloni all’alba dell’inchiesta, un anno fa, rivelando che dopo aver garantito l’over per Benevento-Pisa, finita invece 1-0, era stato minacciato da Bellavista e Giannone, e aveva dovuto consegnare un assegno da 300mila euro a un «tale di Bari» dalle intenzioni non pacifiche: «Mi ha minacciato con una pistola. Ricordo che fece il gesto di estrarla dalla giacca e io ho avuto modo di vedere nitidamente l´arma».

Dinov è il primo morto ammazzato di scommesse che salta fuori nell’inchiesta del calcio marcio. E obbliga a riconsiderare un aspetto dell’indagine che, fino a ora, era rimasto marginale. Quello della violenza, minacciata o praticata per non far sgarrare i tanti, troppi protagonisti delle combine: calciatori e dirigenti, scommettitori e intermediari.

E a rimarcare il concetto, due giorni fa, ha provveduto l’ex portiere del Bellinzona Matteo Gritti, raccontando quale modo il “boss” degli zingari, il macedone Hristiyan Ilievski, nato in Bulgaria, aveva trovato per convincere lui e l’allenatore in seconda della squadra svizzera a collaborare con la rete internazionale del calcio marcio per falsare il campionato elvetico. «Se non lo fate, vi sparo nelle gambe». Minaccia credibile, visto il curriculum del capo degli «zingari» e di molti dei suoi sodali: lui ha precedenti per omicidio, e così anche il suo «autista tuttofare», Rade Trajkovski.

Eppure, fino a venerdì scorso, il massimo che s’era detto di Ilievski è che era uno che sapeva incutere timore, stando alle testimonianze dei calciatori spaventati (non al punto da non buttarsi nel business) dal bulgaro con tatuaggi di Scarface e cicatrici, che intervistato da Repubblica in Macedonia mostra orgoglioso ai cronisti la sua pistola. Guascone o violento, il «boss»? Alla luce dell’interrogatorio di Gritti, in lacrime davanti al gip, chi lo considerava solo «pittoresco» potrebbe aver cambiato idea. Non gli inquirenti, che non hanno mai sottovalutato la potenziale pericolosità del personaggio. E non solo la sua, visti i milioni in ballo per ogni singola partita.

Per questo l’omicidio di Dinov ha colpito gli inquirenti, ancora prima delle minacce di gambizzazione rivelate venerdì da Gritti. La segnalazione del fattaccio è arrivata alla procura di Cremona a metà aprile. Il nome del povero Dinov non era emerso in Last Bet, ma l’episodio è strettamente legato al mondo delle scommesse clandestine, come spiega l’Interpol: «Vi informiamo che le autorità di Sofia stanno indagando su un omicidio collegato alle scommesse illegali nel mondo del calcio (…) il 4 aprile scorso a Sofia è stato ucciso il cittadino bulgaro Yordan Petrov Dinov, nato il 24.08.1972, titolare e legale rappresentante di due agenzie di gioco d’azzardo in internet: scommesse su eventi sportivi (incontri di calcio, ecc.)».

Dinov, secondo i media bulgari, era quasi una celebrità nel gambling sul calcio. Eppure ha deciso di allertare l’Uefa. La sua denuncia non dev’essere andata giù a qualcuno, che ha pensato bene di freddarlo a colpi di pistola, nel centro della capitale del Paese balcanico. Meno di 72 ore dopo il 90′ di quella partita in odore di combine.

Possibile movente dell’omicidio? «Secondo le informazioni disponibili, Dinov ha inviato un rapporto alla sede della Uefa in Svizzera nel quale indicava che a causa della corruzione nella lega calcio bulgara alcuni incontri del campionato bulgaro erano stati predeterminati». In particolare, il match incriminato era Cherno More-Lokomotiv Sofia, terminato 3-0, lo scorso 1 aprile.

Dinov, secondo i media bulgari, era quasi una celebrità nel gambling sul calcio. Eppure ha deciso di allertare l’Uefa. La sua denuncia non dev’essere andata giù a qualcuno, che ha pensato bene di freddarlo a colpi di pistola, nel centro della capitale del Paese balcanico. Meno di 72 ore dopo il 90′ di quella partita in odore di combine.

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